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Sull’esserci o non esserci

Essere o non essere, questo il problema. Ho finalmente compreso le parole di Shakespeare vedendo come molti gettino via se stessi.

Le persone ci sono o non ci sono.

Si impara, col tempo, a comprendere e ad apprezzare chi c’è e a lasciar perdere chi non c’è, sperando un domani possa, dopo aver lavorato su se stesso o su se stessa, esserci.

In riferimento al Tai Chi è più utile avere insegnanti, allievi che ci sono, che altri che appaiono anche bravi tecnicamente, ma quando servono o quando ci sono degli impegni, scompaiono regolarmente.

Le scuse sono tante, dalla morte di un caro, alla perdita del gatto, ai troppi impegni, ai problemi economici.

Perché chi c’è, c’è?

È un problema energetico. Chi c’è è aperto energeticamente e tutto fluisce, tutto si combina e non rovina se stesso con “scuse esterne”.

A chi non c’è accade di tutto, un braccio che fa male, un tallone che impedisce il movimento, un lutto protratto per mesi e mesi. Si fa sopraffare dall’ego distruttivo e ne soccombe sempre e mai si avvede di questi meccanismi, la consapevolezza è offuscata.

Il buonismo di chi osserva tende a giustificare questi comportamenti, ma facendo così si entra in risonanza con colei o colui che non ci sono: è molto meglio dire in faccia quello che si pensa e semplicemente sperare che chi non c’è comprenda che il non esserci è distruttivo principalmente per se stessi.

L’apprezzamento deve esserci per chi c’è, per coloro che danno se stessi per il bene del Tai Chi, degli allievi, degli insegnanti perché hanno compreso che il bene del tutto è il bene per se stessi. 

Onoriamo chi c’è.