La malattia

È necessario che ogni essere umano sviluppi una consapevolezza sul significato della malattia. La malattia non è una sfortunata casualità, non capita l’influenza, il morbillo, l’Alzhimer o un tumore a caso, la malattia richiede uno stato mentale destabilizzato per potere attecchire.

Questo concetto parrà ai più assurdo, eppure è la reale condizione dell’essere umano: il corpo reagisce a qualsiasi pensiero.

La malattia agisce attraverso “varchi” che noi creiamo, momenti di stress, rabbie, chiusure.

Ogni malattia quindi va considerata “psicosomatica”, solo il “pensatore sciocco” non riesce a fare questo collegamento.

Una persona con una mente sana non può ammalarsi, ognuno quindi può ammalarsi, non è qualcosa di sconvolgente, può capitare, imparare a comprendersi non è semplice.

Creare barriere alle malattie è il reale pericolo, la malattia cerca sempre un varco, se ad esempio un anziano usa un vaccino antinfluenzale, si blocca una determinata malattia, l’influenza, ma non si è lavorato per chiudere il varco. Una malattia più potente cercherà di passare, il varco per ora è piccolo, se si accettava l’influenza il varco si sarebbe chiuso, ma resta aperto, col tempo può allargarsi ed allora l’Alzhimer ha più possibilità di trovare la sua strada.

Elimino ogni rischio di contagio, ad esempio con un vaccino che ne blocca dodici? Apro dei varchi sempre più grossi e malattie come i tumori necessitano di questi varchi.

L’autostrada e il Ginkgo

Le nostre autostrade esemplificato bene l’essere umano moderno, auto sfreccianti dovunque. Lavori in corso, limite a 80 chilometri orari, se rispetti il limite sei l’unico fesso e costringi chi va a 160 a rallentare e a incollarsi al poverino che ti sta sorpassando a 130 all’ora.

Pazzi scatenati di una vita senza senso, una vita che ci sfreccia addosso come un’auto sull’autostrada e che al termine non avremo vissuto.
Sessantenni che muoiono o si ammalano gravemente senza neppure sapere perché, troppo abituati a correre nella vita senza neppure conoscersi, senza essersi fermati a pensare a se stessi.

Diamoci un attimo di “respiro”…

Al Ginkgo si scende una scala a chiocciola, si è subito costretti a rallentare, si “scende”dall’auto.
Si entra sottoterra, come in una grotta.

Il ritmo all’ingresso è ancora dissonante, si cerca subito la “conversazione” con l’altro, la mente cerca di spostarsi in una attività di distrazione, cerca di tornare “normale”, sfrecciante in autostrada.

I primi movimenti lenti la fanno fermare, gli esercizi in cui finalmente si “respira” e ci si “apre” fanno entrare in un’altra realtà e chi arriva in ritardo dà subito l’idea della diversità col suo modo di essere ancora da carroarmato…

Entrati nello “stato di grazia” si ritorna esseri umani con tutte le nostre potenzialità, si ritorna sani ed in salute, i malanni spariscono, restano solo a chi ancora non cede, a chi ancora sta sfrecciando nel tentativo di sorpassare un altro essere umano.

La meditazione ancora viene evitata, sono soprattutto gli uomini che al momento della meditazione se ne vanno in fretta, sono loro i guidatori peggiori, quelli che investirebbero anche la vecchina che intralcia il loro andare…

Uscendo dal Ginkgo lo stato di essere umano è raggiunto. Si è scesi dall’auto, ora si è se stessi, si può godere della vita.

Carlo Lopez

La spada che fu riforgiata

Oggi dovevo far di conto, pagare bollette e segnare i nostri associati. Non l’ho fatto, mi sono steso a scrivere sul mio taccuino. Un bel taccuino, portentoso, un pozzo dove tutto entra e resta. Una app per il mio cellulare Android, la app si chiama Workflowy e ve la consiglio vivamente.

Ora scriverò sulla spada. Antico strumento di morte, risuona il detto: chi di spada ferisce, di spada perisce. Un monito ben preciso, la spada non deve ferire. Perché allora nel Tai Chi pratichiamo la spada? Avevo un tempo un allievo pacifista che non voleva avere a che fare con le armi, sentivo che bloccava all’interno ogni aggressività e l’impugnare una spada anche di legno, sarebbe stato troppo per lui, rischiava di usarla per ferire, le sue pulsioni trattenute potevano esplodere.
Tenere dentro non va mai bene, questa energia, se non esce, ci causa danni, danneggia noi stessi, ci colpirà da qualche parte, ci ammaleremo. D’altronde chi di spada ferisce, di spada perisce… Chiunque usi violenza finisce prima o poi male e vive male.

Ed allora come fare?

Ci viene in aiuto il nostro amico taoista Semola, il protagonista del film di Walt Disney, la Spada nella Roccia. Qui tutto trova una spiegazione.
La Spada è usata male, energumeni bellicosi, assetati di potere, (chi riesce ad estrarla diventa re), cercano di togliere la spada dalla roccia. Questa non si muove, non può muoversi se si usa la forza muscolare per tirarla.
La nostra società non ha capito questo, lo sport, la conoscenza fisica è tutta incentrata sui muscoli, sul loro uso, sulla loro conoscenza. I nostri allievi che affrontano gli esami stabiliti dall’ente sportivo preposto al rilascio del loro diploma di Insegnanti di Tai Chi e Qi Gong, sono costretti a studiare i muscoli, i loro nomi, come tonificarli, come essere dotati di bei muscoli pronti all’azione.

Li si sta invitando ad usare la spada per ferire.

La Spada nella roccia non si limita a mostrarci l’aspetto stupido dell’uso della spada, non tutti i personaggi che cercano di estrarla hanno le spalle larghe e la vita stretta, uno, Semola, è esattamente come il suo nome, ancora ragazzo, è mingherlino, senza un muscolo. Arriva alla roccia e senza alcuno sforzo estrae la Spada e la porta in alto. Meraviglia, nel film il cielo si apre, la cupezza sparisce, appaiono i raggi del sole, i raggi della vera conoscenza e si sente una musica celeste.
Quello che avviene non è un miracolo, Semola si è preparato a questo evento, non ha certo studiato i muscoli, non sa neppure cosa siano, eppure diventa re.
Nel film Semola dice di non averne, Merlino chiede … e come fai a muoverti? E poi ammette … quelli bastano.
Mi sovviene l’immagine della mia allieva più anziana. Beatrice ha quasi 90 anni e lei a lezione è solida, centrata. Un paio d’anni fa cadde all’indietro urtando un ostacolo, tutti fummo sgomenti, ma lei si rialzò in un attimo e ci chiese perché la guardassimo così. Invece di studiare i muscoli ha praticato Tai Chi col suo insegnante dal 1991, per quasi 25 anni ed è diventata Semola, ha appreso a fondo i principi della Spada. Lei non trattiene dentro e non usa la spada per ferire. La usa per stare bene, per godere della vita. Un altro episodio. Andrea Capriotti, esperto conoscitore di varie arti marziali, capace di rompere tombini di ghisa persino con la testa, venne da me ad imparare Tai Chi. Lo misi con Beatrice allora giovane settantacinquenne. Lui vedendo che lo inserivo in un gruppo di nonnine resto molto perplesso e un po’ offeso. Durante il Qi Gong, Beatrice notando che Andrea non riusciva più a tenere in posizione le braccia, si girò verso di lui dicendogli, Andrea, prova a rilassare le spalle. Andrea colse l’insegnamento di Semola e continuò Tai Chi a lungo.

Nel film possiamo carpire i segreti di Semola, osserviamoli. Ha un maestro, questo è necessario, ma se si vuole apprendere un maestro arriva e Semola è fortunato, trova un maestro Taoista, niente meno che il mago Merlino. Per Merlino Semola è importante, lo ha aspettato, ora ha il materiale su cui lavorare, per gli altri, Semola è nessuno, buono per fare lo sguattero, al limite per fare da scudiero al fratellastro, un energumeno pieno di muscoli, muscoli che sicuramente conosce bene.

Cosa apprende Semola?

Impara i tre mondi in cui viviamo, diventa pesce e impara a fluire nel mondo dell’acqua, impara a gestire il Tan Tien inferiore, la pancia.

Poi conosce il mondo dell’aria, diventa uccello, il Tan Tien superiore, la testa, impara a volare, impara che la mente umana deve saper volare.

E poi apprende l’uso del Tan Tien del cuore, diventa scoiattolo e conosce una scoiattola che si innamora di lui.

Testa, Cuore, Pancia, ora è completo.
Vi starete chiedendo cosa c’entra questo con la Spada? I Taoisti ben sapevano che la Spada è la nostra colonna vertebrale, Semola ha allineato testa, cuore e pancia, ora è un’unità completa, il diaframma si apre come un mantice e l’energia fluida gira. Semola non è più Semola, ora è un re, re Artù.
Abbiamo nel Signore degli anelli un altro esempio, il ramingo Aragorn riforgia la spada che fu spezzata e diventa anche lui re. Ognuno di noi ha la spada spezzata, la nostra colonna vertebrale è disassata perché ogni nostro centro va per conto suo, la testa vuole una cosa, la pancia un’altra e il cuore un’altra ancora.
Gli energumeni che usano i muscoli hanno la spada spezzata, ecco il significato della Spada che è nella roccia, usano i muscoli per tutto quel che fanno. Semola no, usa testa, pancia e così riesce anche a mettere il cuore mentre estrae la Spada: il cielo si apre a lui.

Per finire osserviamo l’immagine della spada, quando è nella roccia l’impugnatura è in alto, il baricentro, che si trova ad un terzo dall’inizio dell’impugnatura, è in alto. Si usano le spalle, l’impugnatura è nel collo, il baricentro nel cuore lo appesantisce, la vita pesa. Semola gira la spada, mette l’impugnatura nell’osso sacro ed il baricentro della spada torna al suo posto naturale, nella pancia.

In questi anni ho un debito di riconoscenza verso Semola, lo ringrazio e mi chino a lui Maestro. Verso Merlino ho solo un appunto da fargli, se usato un Leone invece dello scoiattolo per l’apprendimento del cuore sicuramente Ginevra avrebbe amato Artù e non Lancillotto.

Carlo Lopez

Dopo 30 anni, incontro con un maestro

Eccomi qui, trentanni dopo. Era il 1985 quando incontrai il maestro. Praticavo Tai Chi da un paio di anni, il mio insegnante era un uomo taciturno e alquanto burbero, a lezione per lo più restava seduto ad osservarci. Ero finito in una classe più avanzata di me al Pime in via Santorre di Santarosa a Milano, copiavo entusiasta i movimenti della forma di Tai Chi Chuan dei miei compagni. Stavo fermo in Qi Gong
davanti al maestro, era Ermanno Cozzi, per noi un mito, spesso si recava ad Hong Kong direttamente a casa del Grande Maestro Yang Sau Chung, figlio maggiore del leggendario Yang Chen Fu.
Le poche volte che faceva la forma con noi i nostri sguardi spiavano ogni suo gesto: ricordo ancora la fluidità assoluta della sua forma, dopo trent’anni non ho incontrato nessuno più fluido. Era però alquanto parco, io, avido di qualsiasi cosa riguardasse il Tai Chi Chuan mi recavo alla libreria Hoepli di Milano ad ordinare testi provenienti da oltre l’Oceano, speranzoso di insegnamenti e notizie sulla mia appassionante arte. Libri poi inutili, forme strane, consigli persino errati (non perdete troppo tempo a seguire i libri di Tai Chi e Qi Gong).

Un giorno, su un muro del Pime vidi un foglietto minuscolo: stage del maestro Chu King Hung, discepolo di Yang Sau Chung. Ecco! Che fosse in Germania a me e alla mia compagna di corso Tiziana Ottoni poco importava, era anche carissimo, da pagate in costosi marchi tedeschi. Faccemmo richiesta di partecipazione e il responsabile della Itcca tedesca, Frieder Anders, ci accetta allo stage.

Partiamo pieni di entusiasmo, e pieni di timidezza per la nostra pratica ancora inadeguata, ero al secondo anno, non conoscevo ancora tutta la forma.

Passiamo la Svizzera, entriamo in Germania, ecco Lindau, bella cittadina sul lago omonimo, ci addentriamo per pochi chilometri nella campagna bavarese, ecco il posto, la Humbold House, immersa nella natura, struttura bassa, costruita per ospitare stage, un posto incantevole. Frieders Anders ci accoglie, completiamo l’iscrizione, mi viene mostrata la bella camerata dove dormirò su un letto a castello, giusto il tempo di cambiarsi, alle 15 inizia la prima lezione, correzione della forma. Mi avvio con la mia inadeguata tuta grigia in mezzo a tedeschi molto più in tema nelle loro divise da Tai Chi scure con polsini e colletti bianchi. Ecco la luminosa sala ed ecco, silenzio, entra il maestro… Che meraviglia, comincia a spiegare tutto, in due ore ho compreso i miei due anni di Tai Chi e ho capito che i maestri cinesi parlano contrariamente a quel che Ermanno Cozzi soleva dire.
Esco dalla mia prima lezione col maestro Chu entusiasta e mi siedo nel locale adibito a caffetteria, ero ignaro di quel che mi stava per capitare, nel locale entra anche il maestro, sudo freddo, non c’è nessun altro li dentro e si compie quel che mai mi sarei aspettato: il maestro si siede al mio tavolo e mi rivolge la parola nel suo stentato inglese di allora. Letteralmente sudo freddo, mi chiede da dove vengo, la mia timidezza mi paralizza, blatero qualche scusa e scappo in camerata a nascondermi nel mio piccolo quadernetto che sarà riempito di appunti dello stage.

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Era il 1985, ora sono qui, trent’anni dopo, in una camera del residence dove il maestro riceve e istruisce  i suoi insegnanti. Non ho più quella tuta grigia, ho parecchie belle divise, ho fatto anche carriera, ho seminato tutta l’Italia per il maestro portandogli molti frutti, diventando suo discepolo, ho mangiato con lui innumerevoli volte senza più fuggire dalla sua presenza, adesso ho la mia strada da percorrere, il proseguimento della strada che lui ha portato a compimento, la stessa strada che Yang Sau Chung aveva compiuto e presa dal padre, il quale a sua volta l’aveva iniziata con la seconda e prima dinastia della famiglia Yang, una strada ancora più antica erede dei millenni passati, erede dei primi taoisti.
Forse non ringraziai allora il maestro per essersi seduto con me, per aver divulgato il suo sapere, ora è il momento di farlo, grazie maestro.